Carretti Siciliani, Teste di Moro, Bummuli ed altro ancora: il fascino di antiche tradizioni, "raccontato" dalla Ceramica Artistica Siciliana

La Ceramica Artistica non è soltanto un'arte, è molto di più dell'espressione della dote di un abile artista, va oltre e riesce a funzionare egregiamente come uno "strumento", grazie al quale viene raccontata una storia: quella di antiche tradizioni, che fanno parte delle nostre radici e di conseguenza vanno difese sempre  e comunque.

La Ceramica Artistica Siciliana non viene di certo esclusa da questo concetto, soprattutto se viene valorizzata come giustamente  si merita, "dietro le quinte" della preparazione di manufatti che rappresentano carretti siciliani, teste di moro, bummuli ecc. si "nascondono" delle storie, delle leggende appartenenti al folclore popolare, basti pensare alla leggenda legata alle teste di moro a titolo di esempio, al pari di un libro, le opere realizzate in ceramica, riescono quindi a farci conoscere, il fascino di un'antica cultura che non svanisce, soppiantata dalle comodità offerte dalla tecnologia sempre più presente, ma che al contrario svolge un'azione ad essa complementare, facendoci riscoprire le nostre radici.

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I Carretti nella Ceramica Artistica Siciliana

Si può affermare senza ombra di dubbio, che i Carretti Siciliani, occupano una nicchia di privilegio nel grande patrimonio artistico-culturale siciliano, la loro presenza è garantita anche nella ceramica artistica, dove assumono la forma di souvenir, diventando quindi uno strumento, grazie al quale è possibile per il turista, ricordare e quindi valorizzare, il patrimonio delle antiche tradizioni siciliane, unico nel suo genere.

Difatti, il Carretto Siciliano non è certamente solo un souvenir, da esibire in salotto, è molto di più: rappresenta un pezzo di storia, una cultura, la necessità di far convivere in perfetto equilibrio tradizione ed innovazione, l'orgoglio di intere generazioni dedicate a far rivivere l'icona caratteristica di un'isola, è stato soprattutto fonte d'ispirazione per poeti, registi, pittori che hanno fatto grande il nome della Sicilia nel mondo.

La funzione del Carretto Siciliano, in sintesi si può considerare come un elemento di congiunzione fra arte, cultura ed artigianato: elementi che messi in correlazione, rilanciano il settore turistico, creando sviluppo ed anche opportunità.


Storia dei carretti siciliani: dalla vita contadina a forma d'arte e forte attrattore turistico

Il carretto siciliano (in dialetto siciliano "carrettu") era un mezzo a trazione equina adibito al trasporto merci, in uso in tutto il territorio siciliano dal XIX secolo fino alla seconda metà del XX secolo, quando divenne obsoleto a causa della crescente motorizzazione del lavoro nelle campagne. Era costruito con diverse qualità di legno, spesso fregiato da intagli bucolici e sgargianti decorazioni pittoriche, attualmente è oggetto d'arte artigianale, nonché uno dei simboli dell'iconografia folcloristica siciliana.

Storia del carrettu, il carretto siciliano da mezzo adibito al trasporto merci, ed al lavoro duro nei campi in uso in tutto l'isola dal XIX secolo fino alla seconda metà del XX secolo, ad oggetto d'arte artigianale, nonché uno dei simboli dell'iconografia folcloristica siciliana. Sui carretti, venivano dipinti con colori accesi, delle scene che solitamente narravano le gesta dei paladini, ma anche gli episodi garibaldini, i lavori contadini e le grandi opere letterarie

Struttura Tipica di un Carretto Siciliano

Il carretto è composto dal Pianale di carico, detto "fonnu di càscia", prolungato anteriormente e posteriormente da due tavoli ("tavulàzzi"), sul quale sono montati parallelamente due sponde fisse ("masciddàri"), ed un portello posteriore removibile per agevolare le operazioni di carico e scarico, detto "puttèddu". Ogni masciddaru è suddiviso equamente in due scacchi (i riquadri in cui vengono dipinte le scene), nel putteddu invece vi è uno scacco centrale fra due scacchi più piccoli. Gli scacchi sono divisi da un segmento verticale che congiunge i pannelli al fonnu di cascia: 6 in legno chiamati "barrùni" equamente divisi fra masciddari e putteddu, due in metallo denominati "centuni" presenti solo sui masciddari.

  • Traino: è il gruppo portante del carretto, il quale comprende le aste e la cascia di fusu, a sua volta costituita da una sezione di legno intagliato sormontata da un arabesco di metallo. Nei carretti alla patrunàli meno pregiati, la preziosa cascia di fusu viene sostituita dalle balestre.
  • Chiavi: sono due parti in legno, una anteriore ed una posteriore, poste sotto i tavulazzi . La prima altro non è che una semplice barra ricurva, la seconda invece consiste in un bassorilievo intagliato rappresentante una scena, solitamente cavalleresca, che può assumere diversi gradi di pregevolezza.

 

 

 

 

 


 

Gli Stili dei Carretti Siciliani

Il carretto siciliano presenta caratteristiche diverse a seconda della zona in cui viene prodotto, le differenze si notano principalmente nella particolare realizzazione delle sponde, sostanzialmente si possono individuare quattro stili diversi:

  • Stile Sponda Palermitana,
  • Stile Sponda Catanese,
  • Stile Sponda Vittoria,
  • Stile Sponda Trapanese

carretto siciliano in stle sponda palermitana

Carretto Siciliano in Stile Sponda Palermitana

Nella provincia di Palermo sono presenti sponde trapezoidali, una tinta di fondo gialla e decorazioni prevalentemente geometriche. I temi rappresentati sugli scacchi variano tra cavalleresco e religioso, realizzati nelle tonalità basilari del rosso, del verde, del giallo e del blu, le sfumature sono ridotte all'essenziale e la prospettiva bidimensionale. Spesso nel palermitano le balestre sono preferite alla cascia di fusu, intagli e pitture mantengono l'aspetto naif tipico del carretto siciliano.

 

 

 

 

 

 

 

 


carretto siciliano in stile sponda catanese

 Carretto Siciliano in Stile Sponda Catanese

Nella zona del catanese, invece, le sponde sono rettangolari, la tinta di fondo di colore rosso e gli intagli e le decorazioni si presentano più ricercati e meglio rifiniti, allontanandosi dallo stile semplice del palermitano per

ricercare una raffinatezza maggiore,  nelle produzioni più moderne i quadri contemplano la tridimensionalità prospettica, la gamma di tonalità si arricchisce e le sfumature e i chiaroscuri si fanno più incisivi.

 

 

 

 

 

  


carretto siciliano sponda stile vittoriaCarretto Siciliano in

Stile Sponda Vittoria

Meno conosciuto è lo stile Vittoria, in cui il carretto presenta una struttura simile al catanese, riprende il rosso come colore di fondo, ma nelle tonalità si distingue per la sua caratteristica gradazione scura. Le pennellate, sia nei quadri che nelle decorazioni, sono caratterizzate da un tratto netto, "istintivo", in contrapposizione alla ricercata pennellata sfumata del catanese.

 

 

 

 

 

 

 

 


Esiste anche uno stile trapanese, che però non ha raggiunto la stessa diffusione del palermitano e del catanese.


Le Maestranze dei Carretti Siciliani ed il ricordo dei Fratelli Ducato

A mantenere viva la tradizione del carretto siciliano, sono rimaste poche maestranze. Alla sua realizzazione partecipano diversi artigiani detti mastri, ciascuno col proprio mestiere. La prima fase è competenza del carradore, colui che costruisce il carretto e ne intaglia i fregi. Altro compito importante del carradore è la ferratura della ruota, pratica particolarmente pittoresca. 

La seconda fase è affidata al fabbro, che forgia le parti metalliche quali i centuni, le estremità delle aste e il pregiato arabesco della cascia di fusu. Quando la costruzione del carretto è ultimata il lavoro passa al pittore, che veste il carretto di colore e vivacità. Egli esegue inoltre i quadri rappresentanti le gesta cavalleresche, mitologiche, storiche o romanzesche che caratterizzano il carretto siciliano.

Il bardatore è colui che produce le bardature dei cavalli, detto anche  sellaio, "siddunaro", contempla la lavorazione del cuoio e dei ricami che affiancano il piumaggio di cui viene vestito il cavallo, richiamando i colori e i soggetti del carretto. 

Patria indiscussa del carretto siciliano è la cittadina di Aci Sant'Antonio (CT), che vanta il nome di pittori di carretti quali Domenico di Mauro e Nerina Chiarenza, Zappala Antonio, il maestro Salvo Nicolosi allievo della bottega dei maestri, e il pittore anch'egli sant'antonese Gaetano Di Guardo autore di scene dalle gesta cavalleresche come l'antica ''scuola'' dei mastri artigiani prevede apportando al tempo stesso uno stile pittorico personale e autonomo.

Sempre in provincia di Catania, a Giarre, opera un giovane maestro pittore, Damiano Rotella, che custodisce la pittura catanese nella variante ionico-etnea. In provincia di Messina, a Santa Teresa di Riva, opera il maestro pittore, Giovanni Remato, artista poliedrico della scuola ionica messinese. Nella cittadina di Barrafranca in Provincia di Enna, Vive e opera il Maestro pittore Roberto Caputo, artista poliedrico che spazia ampiamente dallo stile Palermitano allo stile Catanese con grande talento e maestria. 

Fra le maestranze dei carretti siciliani sono da ricordare assolutamente i Fratelli Ducato, di Bagheria (PA) in particolare Giuseppe ultimo rimasto di una grande dinastia di mastri, scomparso nel 2012.Nella provincia di Palermo a Bagheria, sono rimaste famose le opere realizzate dai Fratelli Ducato, di cui Giuseppe, pittore, scomparso nel 2012 era l'ultimo rimasto ed era anche quello che raccoglieva più glorie e allori. Ai fratelli Ducato di Bagheria, dunque, la sorte era stata benigna e aveva assegnato fama e anche un modesto benessere. Nella bottega dei fratelli Ducato erano di casa molte personalità famose legate a Bagheria: il pittore Renato Guttuso, la scrittrice Dacia Maraini e anche il regista Peppuccio Tornatore che realizzò un bel documentario in super 8 e che durante un'intervista dichiaro: "Fu una stagione esaltante vedere i Ducato all'opera e ascoltare i loro racconti". Dei Ducato si sono occupati antropologi come Antonio Pasqualino e poeti come Ignazio Buttitta. I Ducato cominciarono ad eccellere alla fine dell'Ottocento, andando a bottega a Palermo da quel Nicola Carrozza di cui parla l'etnologo Pitrè. Sui carretti, con colori accesi, narravano le gesta dei paladini, ma anche gli episodi garibaldini, i lavori contadini, le grandi opere letterarie.  

 

 

Giuseppe Ducato, pittore di carretti siciliani di Bagheria (PA)

Il Carretto Siciliano: elemento immancabile del folclore siciliano

Il carretto siciliano, sebbene in via di estinzione, esiste ancora. A Canicattì in occasione della Festa del Santissimo Crocifisso che si celebra il 3 maggio, si svolge una manifestazione: "La Rietina" dove sfilano per la città decine di carretti siciliani tradizionali. A Terrasini, in provincia di Palermo, e a Bronte, in provincia di Catania, esiste un "Museo del Carretto Siciliano". A Vizzini e a Trecastagni annualmente si organizzano sfilate dedicate al carretto siciliano. A Barrafranca (EN), in occasione della celebrazione della festa della compatrona Maria Santissima della Stella (8 settembre), si assiste alla tradizionale sfilata dei "Ritini", ossia cavalli e carretti bardati che portano in offerta grano. Lo si può trovare ancora nei centri storici della Sicilia come attrattiva per turisti, durante eventi popolari quali sfilate, esposizioni e feste pubbliche, nelle cerimonie folcloristiche e, soprattutto, nelle botteghe degli ultimi artigiani del carretto.

 

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Uno Scaldaletto rudimentale: lo scaldino

Nella tradizione siciliana lo Scaldino era un recipiente di terracotta o di metallo a forma di semisfera o di secchiello, con manico curvo a semicerchio fissato diametralmente ai bordi, che, riempito di brace ricoperta da un sottile strato di cenere, si usava d’inverno per scaldarsi le mani o si appendeva a un apposito sostegno  per scaldare le lenzuola prima di mettersi a letto.

L'utilizzo dello scaldino ha trovato diffusione nelle case di campagna o delle famiglie meno abbienti, fino agli anni '60, '70 del 1900. Nelle abitazioni prive di impianto di riscaldamento, con altri accorgimenti come la borsa dell'acqua calda o il mattone riscaldato nella stufa o nel caminetto, permetteva di infilarsi in un letto piacevolmente tiepido anche in stanze che d'inverno potevano essere veramente gelide. Oggi è stato completamente soppiantato da scaldaletto elettrici, sopravvive come oggetto d'arredamento d'antiquariato.

Lo Scaldino, oggetto presente nella tradizione siciliana. era un recipiente di terracotta che veniva riempito di brace e veniva usato d’inverno come scaldaletto.

Scaldino realizzato da Ceramiche Patrizia

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La testa di moro, nella Ceramica Artistica Siciliana e non solo, fra leggende ed avvenimenti storici

La testa di moro è un oggetto caratteristico delle tradizioni siciliane: si tratta di un orcio in ceramica, dalle sembianze umane, usato come vaso ornamentale e che raffigura di solito la testa di un moro dall'aspetto maschile, alcune volte a questa vi è accostata la corrispondente versione femminile.

Si pensa che l'utilizzo di una figura simile è da attribuire ad un'antica leggenda:

"Intorno all' anno 1100, periodo della dominazione dei mori in Sicilia alla Kalsa (quartiere storico di Palermo), viveva una bellisima fanciulla dalla pelle rosea paragonabile ai fiori di pesco al culmine della fioritura e un bel paio di occhi che sembravano rispecchiare il bellissimo golfo di Palermo.

Ella viveva quasi in clausura, trascorreva le giornate coltivando e curando le piante del suo balcone. Un giorno passando li vicino un giovane moro, vide la bella ragazza, intenta a curare le piante, ne rimase invaghito, decise di volerla per se, senza indugio entrò in casa della ragazza e le dichiarò il suo amore. La fanciulla, colpita da tanto sentimento, ricambiò l’amore del giovane, ma quando seppe che il moro l’avrebbe lasciata per tornare nelle sue terre in Oriente, dove l’attendeva una moglie con due figli, attese le tenebre e non appena esso si addormentò lo uccise, gli tagliò la testa, ne fece un vaso dove vi piantò del basilico e lo mise in bella mostra fuori nel balcone. Il moro, così, non potendo più andar via sarebbe rimasto sempre con lei.

Intanto il basilico crebbe rigoglioso e destò l’invidia di tutti gli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero costruire dei vasi di terracotta a forma di testa di moro."

La testa di moro,vaso ornamentale in ceramica, dalle sembianze umane, raffigurante appunto la testa di un moro, è un oggetto molto caratteristico delle tradizioni siciliane. Il suo utilizzo deriva da un'antica leggenda ambientata nella kalsa, quartiere storico di Palermo.La testa di moro è presente anche nella gastronomia siciliana: il dolce tipico di Castelbuono è detto "Testa di turco",  la sua ricetta venne elaborata in occasione della sconfitta degli Arabi da parte dei Normanni.

Testa di Moro, realizzata da Ceramiche Patrizia

La testa di moro è presente anche in araldica, in vari stemmi è posta abitualmente di profilo e attortigliata, richiama i mori fatti prigionieri al tempo delle Crociate, particolarmente dalle galee di Rodi e di Santo Stefano. Nell'araldica italica in generale il moro porta intorno alla testa una banda bianca (detta talvolta "infula"), che indica lo schiavo reso libero, e non è coronato, mentre lo è nell'araldica germanica. Nella tradizione bavarese la testa di moro appare infatti molto spesso, ed è denominata "caput ethiopicum", o "moro di Frisinga.", difatti, l'Etiopia era secondo alcune tradizioni la patria di uno dei tre re magi, le cui reliquie erano state trasportate in Germania da Federico Barbarossa.

La testa di moro è presente anche nella gastronomia siciliana, famoso è infatti il dolce tipico di Calstelbuono, detto "Testa di turco", che di solito veniva preparato durante le feste natalizie sino a carnevale, ma data la bontà, viene gustato tutto l'anno.

Questo dolce, come tantissimi piatti della gastronomia siciliana, ha origini arabe, infatti è una sinfonia di profumi e gusto, mantenendo un’indiscutibile leggerezza. La leggenda popolare narra che la “Testa di Turco” venne elaborata in occasione della sconfitta degli Arabi da parte dei Normanni e che i castelbuonesi festeggiarono la liberazione con la preparazione di questo dolce tipico.

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Un oggetto molto antico della tradizione siciliana: il "bummolo"

Il bummolo o "bummulu" in dialetto siciliano è un contenitore in terracotta, utilizzato anticamente in Sicilia per mantenere l'acqua sempre fresca anche durante l'estate. L'utilizzo del bummolo si basa su un comportamento noto dei liquidi, che passano allo stato gassoso (evaporazione) mediante assorbimento di calore.

Il materiale con cui è costruito il bummolo lascia traspirare continuamente una certa quantità d'acqua, che, a contatto con l'aria calda dell'ambiente, si trasforma in vapore. L'assorbimento di calore che ne consegue avviene vicino alla superficie del contenitore, sulla quale, perciò, si produce un abbassamento della temperatura, sufficiente a mantenere il liquido sempre fresco, addirittura anche se esposto al sole.

Il bummolo ha origini molto antiche, alcuni esemplari rinvenuti, risalgono addirittura al XII secolo.

Il bummolo è un oggetto in terracotta, appartenente alle tradizioni siciliane. L'antico "bummulu" era un contenitore  utilizzato per mantenere l'acqua sempre fresca anche durante l'estate.

Bummolo realizzato da Ceramiche Patrizia

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